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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

La Spagna ha salvato il calcio?

Le statistiche impietose della finale dei Mondiali hanno alzato il velo sul “bluff Argentina”. La Scaloneta ha rischiato di far saltare il banco ma forse senza davvero meritarlo, al contrario del 2022. E infatti l’epilogo è stato differente rispetto al Qatar.

Ci sono finali che entrano nella storia per lo spettacolo e altre che restano nella memoria per la loro bruttezza. Spagna-Argentina appartiene decisamente alla seconda categoria. Per lunghi tratti ha ricordato le finali più bloccate e povere di contenuti tecnici degli ultimi decenni, da Italia-Brasile 1994 (non a caso anch’essa giocata nella canicola americana all’ora di pranzo) ad Argentina-Germania Ovest 1990 (in una invece piacevole e temperata serata romana). Eppure, proprio dentro una partita tanto avara di emozioni, è arrivato il verdetto probabilmente più giusto possibile. La Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina ai supplementari grazie a Ferran Torres e, senza voler esagerare troppo, ha anche “salvato” il calcio da quello che sarebbe stato uno degli upset più clamorosi e meno meritati della storia della Coppa del Mondo.

Perché una cosa è vincere soffrendo, un’altra è arrivare fino in fondo vivendo quasi esclusivamente di episodi favorevoli, affidandosi al talento del proprio fuoriclasse (Messi, of course) e alle reazioni nervose dopo i gol incassati. L’Argentina aveva già sfidato più volte la sorte durante il torneo. In finale, però, la fortuna e il pragmatismo non potevano più bastare.

Una finale giocata… senza giocare

L’aspetto più impressionante della prestazione argentina non è tanto la sconfitta, quanto il modo in cui è maturata. Per 90 minuti l’Albiceleste non ha praticamente mai dato l’impressione di voler vincere la partita attraverso il gioco. L’obiettivo sembrava piuttosto quello di impedire alla Spagna di esprimersi, spezzettando il ritmo, abbassando il baricentro e cercando di trascinare gli avversari in una battaglia nervosa.

Il risultato è stato paradossale. La Spagna ha effettivamente faticato a creare occasioni limpide per lunghi tratti, ma l’Argentina ha completamente rinunciato a costruire qualcosa. I numeri raccontano una delle peggiori finali mai disputate da una squadra arrivata all’ultimo atto del Mondiale: nessun tiro nei tempi regolamentari, appena 0.17 expected goals nell’arco dei 120 minuti e Unai Simón mai realmente chiamato a una parata. È difficile ricordare una finalista così innocua sul palcoscenico più importante del calcio mondiale.

Lo strano piano di Scaloni

Lionel Scaloni aveva preparato una partita completamente diversa rispetto all’identità mostrata dalla Spagna durante tutto il torneo. Il suo 4-4-2 basso e asimmetrico puntava a sporcare la costruzione degli uomini di Luis de la Fuente, aspettando il momento giusto per colpire. Solo che quel momento non è mai arrivato.

Il centrocampo argentino è stato sistematicamente schiacciato dalla superiorità numerica spagnola. Enzo Fernandez e compagni sono stati manipolati dal possesso iberico, incapaci di recuperare palloni e costretti progressivamente a rinunciare persino all’idea di contendere il controllo della gara.

Laporte e soprattutto Cubarsí hanno anticipato sul nascere quasi ogni tentativo di verticalizzazione, mentre Messi veniva isolato come raramente gli era accaduto durante il torneo. Il fuoriclasse argentino ha vissuto una delle serate più frustranti della sua carriera mondiale: un solo tiro, facilmente murato dalla difesa, nessuna occasione creata per i compagni e pochissimi palloni ricevuti in zone realmente pericolose.

Tutti titolari per De la Fuente

Se l’Argentina si è progressivamente esaurita nelle proprie idee, la Spagna ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice undici iniziale.

Luis de la Fuente ha costruito un gruppo nel quale la partita continua anche dalla panchina. Ferran Torres, Nico Williams, Pedri e Merino hanno cambiato completamente il volto della finale. L’ingresso dei quattro ha aumentato qualità, intensità e varietà offensiva fino a rendere inevitabile l’assedio alla porta difesa da Emiliano Martínez.

Non è un caso che il portiere argentino abbia dovuto compiere undici parate nella finale, addirittura una in più rispetto a quelle effettuate complessivamente da Unai Simón durante tutto il Mondiale.

Il dato fotografa perfettamente ciò che è stata la partita. L’Argentina resisteva esclusivamente grazie al proprio portiere entrato prepotentemente in partita dopo un paio di prese incerte; la Spagna continuava ad aumentare la pressione aspettando semplicemente che il muro crollasse.

L’espulsione di Enzo e il gol che sembrava scritto

Il secondo cartellino giallo rimediato da Enzo Fernandez al 90’ ha soltanto accelerato un processo che sembrava ormai inevitabile.

Con un uomo in meno, l’Argentina ha definitivamente rinunciato a qualsiasi ambizione offensiva, limitandosi ad aspettare i rigori. Una strategia comprensibile, ma anche l’ennesima conferma di quanto l’Albiceleste fosse ormai completamente scollegata dall’idea di poter vincere attraverso il calcio. Il gol del 106’ (arrivato dopo una rete annullata a Nico Williams tra i dubbi) è stato quasi una conseguenza naturale.

Lamine Yamal apre l’azione, Pedro Porro crossa, Nico Williams rimette intelligentemente il pallone al centro e Ferran Torres, entrato proprio per attaccare l’area con maggiore aggressività, trova il tap-in che vale la seconda stella mondiale della Spagna, trovando quella rabbia nella conclusione che forse era precedentemente mancata.

Il paradosso dell’Argentina durato un Mondiale intero

L’aspetto forse più curioso della finale arriva proprio dopo il gol subito. Improvvisamente l’Argentina si ricorda di avere anche un pallone tra i piedi. Arrivano il primo tiro (fuori bersaglio) della partita, un’occasione costruita con orgoglio e qualche minuto di pressione disperata. Troppo tardi.

Quella reazione finisce quasi per aumentare i rimpianti, perché dimostra come una squadra dalle enormi qualità tecniche abbia scelto volontariamente di non provarci davvero fino a quando non è stata costretta dagli eventi. Esattamente come era accaduto nella fase a eliminazione diretta in maniera sistematica, contro Capo Verde, Egitto, Svizzera e infine Inghilterra. Per oltre cento minuti aveva cercato soprattutto di rompere il gioco della Spagna, dimenticandosi completamente di costruire il proprio.

Collettivo batte mito

Alla fine questo Mondiale lascia anche un messaggio simbolico. Da una parte la Spagna, dove persino un talento straordinario come Lamine Yamal accetta di sacrificarsi per il sistema, correndo, coprendo e mettendo il gruppo davanti alle proprie giocate. Dall’altra l’Argentina, una squadra costruita attorno a Messi ma incapace di metterlo nelle condizioni di incidere quando contava davvero.

Non è un caso che la Roja abbia eliminato nell’ordine il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Francia di Mbappé e l’Argentina di Messi, costringendo tutte e tre le stelle a disputare la loro peggior partita del torneo. È la dimostrazione più evidente che il collettivo, quando è organizzato alla perfezione, può persino spegnere i più grandi talenti individuali.

Giustizia è fatta

Alla fine Rodri ha alzato la Coppa del Mondo come aveva già fatto con l’Europeo due anni prima. La Spagna aggiunge la seconda stella alla propria storia e completa un ciclo costruito attraverso anni di lavoro federale, dalla formazione giovanile fino alla Nazionale maggiore. Per una volta, il calcio ha evitato di raccontarsi la favola sbagliata. Perché sarebbe stato difficile spiegare come una squadra arrivata all’ultimo atto tra episodi favorevoli, incapace di tirare in porta per quasi due ore e decisa più a distruggere il gioco che a costruirlo, potesse diventare campione del mondo. Per giunta per la seconda volta consecutiva.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

… in the end, England lose

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince,” recita la famosa citazione di Gary Lineker, una delle più celebri della storia del calcio. Ma forse serve un aggiornamento: perché se qualche volta può capitare che i tedeschi perdano, l’Inghilterra non riesce proprio a scrollarsi di dosso un complesso ormai sessantennale.

E alla fine perdono gli inglesi“. Forse Gary Lineker in persona ha immaginato di correggere e modificare definitivamente una delle sue frasi più famose, forse LA citazione per eccellenza quando si giocano i Mondiali. Almeno fino al 2014, quando la Mannschaft aveva alzato al cielo il suo quarto titolo Mondiale proprio contro l’Argentina, altra nemesi per eccellenza del calcio inglese.

Poi la tradizione sembra essere venuta meno: se l’Italia da tre edizioni non partecipa a una Coppa del Mondo di calcio, cancellando un rito che nei decenni aveva addirittura forgiato delle generazioni, rendendo “l’anno dei Mondiali” spesso un rito di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, ai tedeschi non è andata meglio con due eliminazioni al primo turno (mai successo da quando la prima fase a gruppi era stata istituita) e una insipida uscita di scena ai sedicesimi quest’anno, contro l’agguerrito ma modesto Paraguay.

La nemesi tedesca

Dunque se i tedeschi hanno smesso di vincere, la citazione di Lineker va letta “contromano” rispetto all’evento che l’aveva fatta nascere: sono proprio gli inglesi che non riescono a vincere. Lineker da giocatore aveva visto sfumare la qualificazione alle semifinali di Spagna ’82 proprio a favore dei tedeschi, ma il verdetto era maturato sulla base dei confronti contro i padroni di casa iberici, che fermarono l’Inghilterra dopo aver perso con la Germania (allora ancora dell’Ovest). La frase simbolo dell’humour all’inglese in salsa calcistica nacque quando nel 1990 i tedeschi si presero l’accesso alla terza finale consecutiva battendo un’Inghilterra tra le più talentose di sempre che al “Delle Alpi” di Torino cedette ai rigori a un passo dalla storia. In quella partita segnò proprio Lineker, la prima finale dopo la mitica estate del ’66 sembrava a portata di mano, resterà invece chimera anche per i successivi 36 anni.

Torna a casa, Coppa

Una vera e propria traversata del deserto, considerando che la “maledizione” riguarda anche gli Europei, che gli inventori del football non hanno MAI vinto. Nel 1996 nacque un’altra specie di sortilegio: un sodalizio artistico composto da Baddiel, Skinner and the Lightning Seeds compose “Three Lions“, dedicata alla Nazionale col celebre ritornello “It’s Coming Home” diventato un ritornello quasi inquietante. Il gioco di parole non parlava solo di una Coppa (in quel caso d’Europa e non del Mondo) pronta a “tornare a casa“, ma si riferiva anche al fatto che il football tornava a casa in quanto era l’Inghilterra ad ospitare il torneo. Che si chiuse, indovinate un po? Sconfitta ai rigori contro i tedeschi, esattamente come 6 anni prima in Italia.

Rigori, maledetti rigori. Portoghesi, maledetti portoghesi

La nemesi inizia a cambiare forma, gli inglesi si dimostrano improvvisamente incapaci di passare ai calci di rigore. Alle delusioni del 1990 e del 1996 si aggiungono quelle del 2004 e 2006, entrambe contro il Portogallo, che rovineranno praticamente l’esperienza di Sven Goran Eriksson alle prese con una squadra fortissima, che nel 2002 perde forse un’altra occasione della vita facendosi rimontare dal Brasile-fantasia di Ronaldo, Ronaldinho (che “uccellerà” il povero David Seaman) e Felipao Scolari, pronto a diventare Pentacampeao. In molti concordano che chi avesse vinto quel quarto di finale si sarebbe preso la Coppa, come poi così fu per la Seleçao.

Il fantasma di Geoffrey Hurst

Il filo rosso della storia continua ad accompagnare le delusioni inglesi. A Francia ’98 il gol più bello del Mondiale lo segna Michael Owen, ma la partita contro l’Argentina, nell’ideale rivincita 12 anni dopo la “Mano de Dios” di Maradona, la rovina l’espulsione di David Beckham che viene letteralmente massacrato dai tabloid britannici. Detto delle delusioni di Eriksson, l’Inghilterra continua ad affidarsi a un allenatore straniero e dal tecnico della Lazio dello Scudetto passa a quello della… Roma tricolore. Nel 2010 Fabio Capello parte per conquistare il Sudafrica ma spunta dal nulla il… fantasma di Geoffrey Hurst. Nel 1966 il bomber del West Ham segnò il gol-non gol più famoso di sempre (citofonare Bakhramov, guardalinee azero – all’epoca sovietico – per le spiegazioni), negli ottavi di finale contro la Germania nel 2010 Frank Lampard si vede negato un gol cristallino. Non c’è la goal line technology e il pallone terminato ben oltre le spalle di Neuer non viene visto da nessuno, se non da un miliardo di telespettatori in tv. Un paradosso che costò l’eliminazione ai Tre Leoni.

La modestia di Bobby Charlton

Gli Europei del 2012 segnano l’ennesima eliminazione ai rigori, stavolta contro l’Italia che nel 2014 batte all’esordio l’Inghilterra rovinando di fatto la campagna Mondiale di entrambe le compagini. È il punto più basso nella storia recente dei Tre Leoni perché nel 2016 arriva agli Europei l’eliminazione che non ti aspetti: agli ottavi la spunta l’Islanda, mai vista prima di allora in una fase finale di una grande competizione calcistica. Un ko epocale che offre a Sir Bobby Charlton l’assist per una battuta memorabile. La BBC chiese all’allora 79enne campione del mondo del ’66: “La vostra squadra che risultato avrebbe ottenuto contro questa Islanda?”. Charlton rispose asciutto: “Penso che avremmo vinto 1-0?” “Solo 1-0?,” ribatte un po’ sorpreso l’intervistatore. “Beh, devi considerare che abbiamo tutti più o meno ottant’anni…” sottolineò Sir Bobby.

60 years of hurt never stopped me dreaming

E torniamo alla mitica canzone. Il Mondiale in Russia del 2018 sotto la guida di Gareth Southgate vede tornare in “auge” il motivetto del 1996, proprio quando lo stesso Southgate sbagliava il rigore decisivo contro i tedeschi. Nello tsunami di corsi e ricorsi storici che ripercorre questo articolo, un particolare mica da sottovalutare. La Premier League infatti diventa alla fine del decennio scorso per distacco il campionato più competitivo del mondo e in molti pensano che anche la Nazionale possa beneficiare di cotanta abbondanza. Dal 2018 infatti i risultati dei Tre Leoni cambiano radicalmente in meglio, ma le delusioni si fanno per questo ancora più cocenti. In Russia l’Inghilterra passa in vantaggio in semifinale contro la Croazia con una punizione di Trippier ma la finale con la Francia sfuma clamorosamente contro una squadra alla portata. Nel 2021 (l’Europeo si gioca con un anno di ritardo causa emergenza Covid) tornano due vecchie conoscenze, l’Italia e i calci di rigore che vanificano anche la vittoria contro i tedeschi. La finalissima però si gioca a Wembley e questa è una ferita sanguinante per un’Inghilterra che cede la prima Eurofinale della sua storia a un’Italia nel mezzo di tre Mondiali saltati di fila. E in men che non si dica la strofa di speranza dei Lighting Seeds, “Thirty years of hurt / never stopped me dreaming” si trasforma in SIXTY years, arrivando all’ultimo ko contro l’Argentina.

Cosa manca per vincere

Infatti in Qatar nel 2022 l’Inghilterra esce dopo un drammatico quarto di finale contro la Francia, poi arriva in Germania un’altra finale Europea persa, contro la Spagna. Finisce il ciclo Southgate e arriva un tedesco sulla panchina inglese, Thomas Tuchel, che non è come dire un cane in chiesa ma quasi. Eppure stavolta sembrava quella buona: le esclusioni eccellenti di Tuchel che avevano fatto discutere al momento delle convocazioni hanno lasciato spazio a una squadra che, al momento del gol di Gordon, sembrava finalmente aver fatto scacco matto alle antiche paure. Che sono tornate invece tutte insieme in un finale di partita in cui gli argentini sembravano undici Maradona in quel torrido pomeriggio all’Azteca. Per vincere manca la capacità di produrre talenti locali in un campionato di livello internazionale. Paradossalmente la disastrata Italia potrebbe essere d’ispirazione, naturalmente guardando al passato: la Serie A stellare degli anni ottanta e novanta aveva prodotto una Nazionale Azzurra tra le migliori di sempre, ma forse erano altri tempi. Se gli inglesi hanno cavalcato la globalizzazione e l’invasione di stranieri creando una sorta di NBA del calcio, alla Nazionale manca ancora quel tocco di modernità che nessun tecnico straniero sembra aver saputo portare. Alla fine, gli inglesi perdono: anche Lineker sembra essersi arreso.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Mondiali: Quarti di nobiltà

Dal 1954 a oggi la mappa delle Nazionali capaci di arrivare tra le prime 8 nella Coppa del Mondo è cambiata profondamente. Alcune scuole immancabili tra le protagoniste stanno tramontando, altre stanno emergendo. Il quadro di chi c’è, chi c’è stato e chi ancora non riesce ad esserci.

Arrivare almeno ai quarti di finale di un Mondiale non è soltanto sinonimo di una grande spedizione. È soprattutto il parametro più affidabile per misurare la continuità di una nazionale ai massimi livelli. Analizzando tutte le edizioni dal 1954 fino ai giorni nostri emerge infatti una mappa molto chiara: alcune potenze hanno attraversato le epoche senza mai scomparire davvero, altre hanno vissuto cicli irripetibili, mentre intere scuole calcistiche si sono progressivamente estinte o trasformate.  

Germania, la regina della continuità… fino al crollo recente

La statistica più impressionante riguarda senza dubbio la Germania. Dal 1954 al 2014 i tedeschi sono stati una presenza fissa tra le migliori otto del pianeta, senza mancare mai un’edizione. Dalla vittoria del primo titolo in Svizzera fino al trionfo in Brasile, passando attraverso Germania Ovest e Germania riunificata, la Mannschaft ha costruito una regolarità senza eguali.

Poi, improvvisamente, il vuoto.

Dopo il titolo mondiale del 2014, la Germania è uscita ai gironi nel 2018 e nel 2022, mentre nell’attuale ciclo non è riuscita nemmeno a ritrovare un posto tra le migliori otto, perdendo ai sedicesimi contro il Paraguay. Una frattura storica che interrompe oltre sessant’anni di continuità e rappresenta probabilmente il più grande cambiamento nell’élite del calcio mondiale degli ultimi decenni.  

Italia, da protagonista assoluta a presenza sporadica

Se il caso tedesco sorprende, quello italiano fa ancora più rumore. Gli Azzurri, protagonisti assoluti per tutto il Novecento, hanno vissuto un lento declino iniziato dopo Francia 1998. Da allora l’Italia è riuscita a entrare tra le prime otto soltanto una volta: nel 2006, quando trasformò quella cavalcata nel quarto titolo mondiale.

Per il resto, eliminazioni agli ottavi nel 2002, al primo turno (fase a gironi) 2010 e 2014, quindi l’assenza totale nelle ultime tre edizioni, senza nemmeno riuscire a qualificarsi.

Un dato impensabile fino a pochi anni fa: una nazionale che per mezzo secolo era stata una presenza quasi naturale nelle fasi finali oggi manca completamente dal palcoscenico mondiale.

Argentina, Brasile e Francia: le grandi che non tradiscono mai

Se Germania e Italia raccontano due parabole opposte, Argentina, Brasile e Francia rappresentano invece la capacità di rigenerarsi.

Il Brasile resta la nazionale più trasversale della storia: dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri è praticamente sempre presente nelle fasi finali, con una continuità che attraversa Pelé, Zico, Romario, Ronaldo, Ronaldinho e Neymar. L’eliminazione agli ottavi contro la Norvegia nell’edizione del 2026 ha escluso la Seleçao dalle prime otto di un Mondiale per la terza volta dal 1954 a oggi: nel dopoguerra era successo solo nel 1966 e nel 1990.

L’Argentina ha alternato qualche pausa ma dagli anni Ottanta in avanti è diventata una presenza costante, culminata con i trionfi del 1986 e del 2022 e con un’altra qualificazione ai quarti nell’edizione attuale. L’ultimo fallimento dell’Albiceleste risale all’eliminazione al primo turno nel Mondiale nippocoreano del 2002.

La Francia rappresenta invece il fenomeno più moderno. Prima del 1998 alternava grandi exploit a lunghe assenze; dal titolo conquistato in casa è diventata una delle nazionali più continue del panorama mondiale, trasformandosi stabilmente in una candidata al podio. Oltre ai due Mondiali vinti, appunto nel 1998 e poi nel 2018 in Russia, vanno ricordate le finali perse ai rigori contro Italia e Argentina: 4 finali Mondiali in 28 anni (e potrebbero diventare 5 battendo la Spagna in semifinale in America) quando prima i Bleus non ne avevano giocata neanche una, raggiungendo almeno i quarti di finale solo tre volte dal 1954 al 1994.

L’Inghilterra ha cambiato marcia

Per decenni gli inglesi sono stati la grande incompiuta del calcio mondiale.

A parte il titolo del 1966 e la semifinale del 1990, l’Inghilterra ha vissuto una lunga serie di eliminazioni precoci e assenze che hanno fatto discutere nel 1974, 1978 e 1994. Negli ultimi anni, però, il trend si è completamente invertito: quarti, semifinali e finali sono diventati appuntamenti fissi anche agli Europei, segno di una nazionale finalmente capace di dare continuità ai propri talenti. Manca la grande vittoria, che negli Usa ora Harry Kane e compagni cercheranno a 60 anni dall’ultimo trionfo. 

Croazia e Marocco, le nuove realtà

Lo schema evidenzia anche l’ascesa di nazionali che fino a pochi decenni fa erano praticamente assenti.

La Croazia, nata soltanto dopo la dissoluzione della Jugoslavia, è riuscita in meno di trent’anni a ritagliarsi uno spazio tra le grandi grazie al terzo posto del 1998, alla finale del 2018 e al podio del 2022. Anche il Marocco rappresenta un cambiamento storico: per decenni l’Africa aveva vissuto soltanto exploit isolati, mentre oggi i nordafricani sono diventati la prima selezione del continente capace di dare continuità alle proprie prestazioni ai massimi livelli, tra le prime otto nelle ultime due edizioni.

Il tramonto dell’Est europeo

Uno degli aspetti più interessanti da approfondire in questa “mappa” riguarda proprio l’Europa orientale.

Fino al 1990 era normale trovare almeno una o due rappresentanti dell’Est tra le migliori otto.

L’Unione Sovietica, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Bulgaria, la Romania e perfino la Germania Est (senza dimenticare l’Ungheria degli anni ’50 e ’60) hanno lasciato il segno in varie epoche. Il blocco socialista produceva scuole calcistiche estremamente competitive, sostenute da sistemi sportivi centralizzati e da campionati di alto livello.

Con la caduta del Muro e la dissoluzione di molti Stati, quel patrimonio si è frammentato. Oggi le eccezioni sono pochissime: come detto la Croazia è diventata la principale erede della tradizione jugoslava, mentre il resto dell’Europa orientale è praticamente scomparso dalla geografia delle grandi del calcio mondiale.

Gli exploit che restano nella storia

La tabella racconta anche storie irripetibili. La Corea del Nord del 1966, il Camerun del 1990, il Senegal del 2002, il Ghana del 2010, la Costa Rica del 2014 rappresentano quelle spedizioni capaci di rompere gli equilibri tradizionali, salvo poi non riuscire quasi mai a trasformare l’impresa in continuità.

Lo stesso vale per nazionali come Danimarca, Irlanda, Austria, Svizzera o Cile, capaci di raggiungere una singola volta l’élite mondiale senza riuscire a consolidarsi.

Le grandi non sono più sempre le stesse

Osservando oltre settant’anni di Mondiali emerge una conclusione evidente. La geografia del calcio mondiale è cambiata profondamente, ma non completamente. Brasile e Argentina continuano a rappresentare certezze, la Francia ha preso definitivamente posto nell’élite, l’Inghilterra ha trovato una nuova continuità, mentre Germania e Italia stanno vivendo il momento più difficile della loro storia recente.

Parallelamente è quasi scomparso il peso dell’Europa orientale, sostituito dalla crescita di nuove realtà come Croazia e Marocco, segno di un calcio sempre più globale ma ancora fortemente dominato da poche grandi scuole, senza che mondi emergenti come quello asiatico o i sempre attesi Stati Uniti riescano a ritagliarsi una vera competitività.

In fondo, i quarti di finale raccontano meglio di qualsiasi altro dato chi appartiene davvero alla nobiltà del calcio mondiale: vincere un Mondiale può essere l’impresa di un’estate, arrivare regolarmente tra le prime otto è ciò che distingue le dinastie dalle semplici favole sportive.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Il caso-Balogun potrebbe rovinare il Mondiale?

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la decisione della FIFA di sospendere la squalifica di Folarin Balogun dopo il cartellino rosso ricevuto in Usa-Bosnia rischia di sconvolgere gli equilibri della Coppa del Mondo e, se non ci saranno prese di coscienza su ciò che sta accadendo, di tutto il mondo del calcio.

Il Mondiale 2026 rischia di passare alla storia non soltanto per ciò che accadrà sul campo, ma soprattutto per una vicenda che sta mettendo in discussione la credibilità dell’intera competizione. A poche ore dalla sfida tra Stati Uniti e Belgio, valida per i quarti di finale, la decisione della FIFA di sospendere la squalifica di Folarin Balogun ha scatenato una tempesta senza precedenti, alimentando accuse di interferenze politiche e facendo temere un danno d’immagine potenzialmente irreparabile per il calcio mondiale.

Una scelta che, al di là dell’esito della partita, rischia di segnare profondamente questa Coppa del Mondo per il principio che sembra essere stato infranto: quello dell’uguaglianza di trattamento davanti ai regolamenti.

L’espulsione e la squalifica

Tutto ha inizio il 2 luglio, quando Folarin Balogun viene espulso durante la gara dei sedicesimi di finale contro la Bosnia. Come previsto dal regolamento (e non dovrebbe esserci neanche bisogno di dirlo…), il cartellino rosso comporta la squalifica automatica per la partita successiva, quella contro il Belgio.

Sembrava un caso chiuso, uno dei tanti episodi disciplinari che caratterizzano qualsiasi grande torneo internazionale.

La clamorosa decisione della FIFA

Il 5 luglio arriva invece il colpo di scena.

La FIFA comunica improvvisamente che la squalifica di Balogun viene sospesa per un anno, consentendo così all’attaccante statunitense di essere regolarmente a disposizione contro il Belgio.

L’aspetto più sorprendente non è soltanto il provvedimento in , ma il fatto che nel comunicato ufficiale non vengano rese note le motivazioni della decisione, circostanza che alimenta immediatamente dubbi e polemiche.

Le rivelazioni sulle pressioni di Trump

Nelle ore successive, numerosi autorevoli media internazionali – tra cui New York Times, Wall Street Journal, The Guardian e Politico – riportano che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe esercitato pressioni sul presidente della FIFA Gianni Infantino affinché la squalifica venisse rimossa. Il caso assume così una dimensione politica oltre che sportiva.

Il 6 luglio arriva poi la conferma dello stesso Trump, che dichiara pubblicamente di aver telefonato a Infantino per discutere proprio della situazione di Balogun.

Dal canto suo, il presidente della FIFA smentisce che quella telefonata abbia influito sulla decisione finale, pur senza negare che il tema sia stato affrontato durante il colloquio.

Il Belgio passa all’attacco

La reazione della Federazione calcistica belga è immediata. La RBFA invia una lettera ufficiale alla FIFA chiedendo di conoscere le motivazioni della sospensione della squalifica, evidenziando come tali spiegazioni non siano state rese pubbliche.

Poco dopo, la federazione denuncia anche un presunto tentativo della FIFA di ostacolare un eventuale ricorso, sottolineando di non aver ancora ricevuto alcuna motivazione formale del provvedimento.

Nel frattempo, la FIFA respinge l’appello belga e conferma definitivamente che Balogun sarà eleggibile per la sfida contro gli Stati Uniti. Il Belgio, tuttavia, non intende fermarsi: la federazione ha infatti comunicato alla US Soccer che, qualora Balogun venga schierato, verrà contestata formalmente la sua eleggibilità, lasciando aperta la possibilità di ulteriori azioni sia in ambito sportivo sia, eventualmente, in altre sedi.

Anche la UEFA prende posizione

A rendere ancora più pesante il clima interviene anche la UEFA. La confederazione europea definisce infatti la decisione della FIFA “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, una presa di posizione estremamente dura nei confronti dell’organo che governa il calcio mondiale.

Quasi in parallelo, anche la Federazione francese presenta un ricorso per il cartellino giallo ricevuto da Michael Olise nell’ultima partita disputata contro il Paraguay, segnale di un clima in cui diverse federazioni sembrano voler mettere alla prova i margini interpretativi della giustizia sportiva.

Una crepa nella credibilità del Mondiale

Al di là degli aspetti procedurali, è il precedente creato dalla FIFA a destare le maggiori preoccupazioni.

La sospensione di una squalifica automatica per espulsione, comunicata senza motivazioni pubbliche e maturata nel pieno di una vicenda che vede coinvolto il presidente degli Stati Uniti, rappresenta un fatto che non trova precedenti recenti nella storia della Coppa del Mondo.

Anche qualora la decisione fosse giuridicamente difendibile, l’assenza di una spiegazione trasparente ha inevitabilmente alimentato il sospetto che possano esserci stati fattori estranei al campo nel processo decisionale.

Ed è proprio questo il danno più grande: quando milioni di tifosi iniziano a dubitare che le regole possano essere applicate in modo diverso a seconda del peso politico o mediatico delle nazionali coinvolte, viene colpito il principio stesso che anima una competizione sportiva.

Un torneo che rischia di essere ricordato per le polemiche

La partita tra Stati Uniti e Belgio si giocherà inevitabilmente sotto una pressione enorme, con il rischio concreto che il risultato venga accompagnato da ricorsi, contestazioni e polemiche destinate a proseguire anche dopo il fischio finale.

Qualunque sarà l’esito sul terreno di gioco, il caso Balogun ha già aperto una ferita profonda nell’immagine del Mondiale 2026. Perché la forza della Coppa del Mondo non risiede soltanto nello spettacolo offerto dai suoi protagonisti, ma soprattutto nella fiducia che le stesse regole valgano per tutti. Se questo principio viene percepito come compromesso, anche il torneo più prestigioso del calcio rischia di perdere la propria credibilità.

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Fabio Belli Nazionali

La geografia del Mondiale a 64 squadre

L’edizione della Coppa del Mondo del 2026 ha messo in luce realtà emergenti ed altre forse ancora inadeguate per il grande palcoscenico. La formula dei ripescaggi delle terze ha portato in molti a richiedere, per evitare combine, il definitivo allargamento a 64 squadre per il 2030: ma come sarebbe la geografia di una fase finale che vedrebbe partecipare il 30,3% delle nazioni affiliate alla FIFA?

Il nuovo Mondiale a 48 squadre deve ancora concludersi, ma il dibattito sul possibile allargamento a 64 partecipanti per l’edizione del 2030 continua ad alimentare discussioni. La proposta, avanzata nei mesi scorsi e destinata a essere valutata dalla FIFA, divide addetti ai lavori e tifosi: da una parte c’è chi teme un abbassamento del livello tecnico, dall’altra chi vede l’opportunità di rendere il torneo ancora più rappresentativo e globale. Senza dimenticare che il ritorno dei ripescaggi delle terze nella fase a gironi a 48 squadre ha portato a dubbi e malcontento sulla possibilità di combine, con partite come Paraguay-Australia e Austria-Algeria che hanno scatenato roventi polemiche.

Se si prendessero come riferimento le quote di squadre partecipanti ipotizzate per una Coppa del Mondo a 64 nazionali e si considerassero qualificate le squadre meglio piazzate nel ranking FIFA di ciascuna confederazione, emergerebbe un quadro estremamente interessante.

L’Europa sarebbe la grande beneficiaria

La UEFA sarebbe la confederazione che guadagnerebbe di più, passando da 16 a 22 posti diretti. Dopo il magro avanzamento da 13 a 16 nel Mondiale a 48 squadre, si è capito probabilmente che il vecchio continente debba avere un contingente più nutrito per incrementare la competitività del torneo. Oltre alle tradizionali potenze entrerebbero nel torneo anche nazionali di alto livello che negli ultimi anni hanno spesso sfiorato la qualificazione mondiale.

Le 22 europee stando al ranking FIFA sarebbero: Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo, Olanda, Germania, Belgio, Croazia, Italia, Svizzera, Danimarca, Austria, Turchia, Norvegia, Ucraina, Polonia, Scozia, Galles, Svezia, Ungheria, Serbia e Repubblica Ceca. I posti diretti nelle qualificazioni sarebbero in realtà 20, considerando che Spagna e Portogallo sarebbero qualificate di diritto come Paesi organizzatori.

L’allargamento consentirebbe così di vedere contemporaneamente ai Mondiali diverse selezioni storicamente competitive che, con il format attuale, rischiano spesso di eliminarsi a vicenda durante le qualificazioni, soprattutto attraverso le forche caudine degli spareggi. Il pensiero ovviamente corre subito all’Italia, da ben tre edizioni grande assente del Mondiale, ma anche squadre come Danimarca e Polonia per l’edizione 2026 hanno subito un’eliminazione quasi paradossale per il livello tecnico espresso.

Due posti in più per il Sudamerica

La CONMEBOL salirebbe da sei a otto qualificate dirette. Considerando il ranking FIFA, oltre ad Argentina, Brasile, Colombia, Uruguay, Ecuador e Paraguay, troverebbero spazio anche Venezuela e Cile.

In particolare il Venezuela potrebbe festeggiare una storica prima qualificazione mondiale, mentre il Cile ritroverebbe la Coppa del Mondo dopo anni complicati, riportando in scena una nazionale che ha scritto pagine importanti del calcio sudamericano nell’ultimo decennio e che manca dall’edizione del 2014, quando venne eliminata agli ottavi di finale dal Brasile ai calci di rigore.

CONCACAF sempre più protagonista

Anche la CONCACAF beneficerebbe dell’espansione, passando da sei a otto posti.

Alle protagoniste dell’edizione in corso, ovvero Messico, Stati Uniti, Canada, Panama e Curaçao si aggiungerebbero la Giamaica, eliminata per il 2026 negli spareggi intercontinentali, e la grande assente in America, la Costa Rica che nel 2014 nelle eliminata dall’Olanda nei quarti di finale solo ai calci di rigore. Al posto di Haiti, stando al ranking FIFA, ci sarebbe invece l’Honduras.

L’Africa continua a crescere

La CAF vedrebbe aumentare i propri posti da nove a undici.

Le qualificate sarebbero Marocco, Senegal, Nigeria, Algeria, Egitto, Costa d’Avorio, Camerun, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Sudafrica. Curiosamente, prendendo come riferimento il ranking FIFA, non ci sarebbe spazio per una delle grande rivelazioni del Mondiale 2026, Capo Verde, freschissima di un’esaltante partita persa solo ai supplementari contro i campioni del mondo in carica dell’Argentina. I posti nelle qualificazioni sarebbero dieci, considerando che il Marocco sarebbe ammesso d’ufficio come paese organizzatore.

L’impressione è che proprio il Mondiale a 48 squadre abbia dimostrato quanto il calcio africano sia ormai competitivo ai massimi livelli. Dopo lo storico quarto posto del Marocco nel 2022 e le ottime prestazioni offerte da diverse selezioni africane anche nell’edizione in corso, ampliare ulteriormente la rappresentanza del continente appare una scelta sempre più giustificabile.

Asia, due posti in più per concretizzare la crescita

L’AFC passerebbe da otto a dieci partecipanti. Un incremento che causerebbe forse le maggiori discussioni, visto che la confederazione asiatica è stata quella a soffrire di più nel Mondiale 2026. Solo due squadre ammesse ai sedicesimi, tra l’altro una di esse è l’Australia e sia gli “Aussie” sia il Giappone non hanno passato il turno, riducendo il contingente a zero negli ottavi di finale.

Le dieci qualificate sarebbero Giappone, Iran, Corea del Sud, Australia, Qatar, Uzbekistan, Iraq, Arabia Saudita, Giordania e la vincente dello spareggio tra Emirati Arabi Uniti e le altre contendenti previste dal percorso di qualificazione. Dunque a livello di ranking FIFA non cambierebbe nulla rispetto alle attuali qualificate, ci sarebbe solo la qualificazione diretta dell’Iraq e quella degli Emirati Arabi, decima nazionale asiatica nel ranking, attraverso uno spareggio contro l’Oman, che poi passerebbe dal barrage intercontinentale.

Oceania finalmente con due rappresentanti

L’OFC raddoppierebbe la propria presenza.

Accanto alla Nuova Zelanda (che ha combattuto discretamente nel girone di qualificazione del 2026) ci sarebbe anche la Nuova Caledonia, protagonista di una crescita significativa negli ultimi anni.

Per una confederazione che storicamente ha avuto pochissime possibilità di accesso diretto, si tratterebbe di una svolta epocale anche se non mancherebbero le perplessità: escluse Australia (già trasmigrata nella confederazione asiatica) e appunto Nuova Zelanda, il livello di nazioni come Nuova Caledonia, Thaiti o Samoa è ancora semi-dilettantistico..

Gli spareggi intercontinentali diventerebbero ancora più importanti

Anche il torneo di spareggio intercontinentale verrebbe ampliato, assegnando tre posti invece degli attuali due e coinvolgendo tutte le confederazioni.

In questo scenario ipotetico gli accoppiamenti sarebbero:

  • Slovacchia-Isole Salomone
  • Perù-Haiti
  • Burkina Faso-Oman

Tre confronti molto diversi tra loro che metterebbero in palio gli ultimi pass per il Mondiale, offrendo una concreta possibilità anche a nazionali emergenti provenienti da confederazioni differenti.

Più quantità, ma anche più qualità?

L’argomento principale dei contrari all’espansione è il rischio di abbassare il livello tecnico della manifestazione. Tuttavia, osservando i nomi delle possibili nuove qualificate, emerge una realtà diversa.

Molte delle nazionali che entrerebbero nel torneo hanno già disputato Mondiali in passato oppure stanno vivendo una fase di crescita importante. Serbia, Italia, Danimarca, Polonia, Cile, Emirati Arabi, Mali o Costa Rica sono selezioni che possono mettere in difficoltà chiunque in una gara secca.

Il Mondiale a 48 squadre sta inoltre dimostrando come il divario tra le grandi potenze e le nazionali di seconda fascia si stia progressivamente riducendo. Sempre più squadre provenienti da Asia, Africa e CONCACAF riescono a competere alla pari contro le tradizionali favorite, rendendo il torneo più imprevedibile.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi nei prossimi quattro anni, un Mondiale a 64 squadre potrebbe apparire meno rivoluzionario di quanto sembri oggi. Anzi, potrebbe rappresentare il naturale passo successivo nell’evoluzione di una competizione sempre più globale, nella quale il talento calcistico non è più patrimonio esclusivo di poche nazioni storiche, dando anche maggiore credibilità alla formula e maggiore interesse a una prima fase al momento anestetizzata dal ripescaggio di otto terze classificate su dodici gironi complessivi: per eliminare solo un terzo delle Nazionali partecipanti occorre disputare 72 delle 104 partite in programma.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Quando il (DR) Congo si chiamava Zaire

La Repubblica Democratica del Congo si è presentata ai Mondiali del 2026 in Nordamerica come una squadra vera, capace di superare il primo turno per la prima volta nella sua storia: ma non è la prima volta in Coppa del Mondo. Il precedente del 1974 racchiude una quantità impressionante di aneddoti e situazioni storiche.

Ci sono squadre che entrano nella storia per le vittorie. Altre per le sconfitte. E poi c’è lo Zaire del Mondiale 1974, una nazionale che è diventata simbolo di qualcosa di molto più grande del calcio: il rapporto tra sport e potere, propaganda e paura, gloria e sopravvivenza.

Per decenni quella squadra è stata ricordata soprattutto per il pesantissimo 9-0 incassato contro la Jugoslavia e per l’incomprensibile gesto di Ilunga Mwepu che, durante una punizione del Brasile, uscì dalla barriera per calciare via il pallone prima dell’esecuzione. Due immagini trasformate in caricature del calcio africano.

La realtà, però, era infinitamente più complessa e drammatica.

L’ascesa di Mobutu e la nascita dello Zaire

Nel 1960 il Congo Belga conquistò l’indipendenza nel pieno del processo di decolonizzazione africana. La stabilità, tuttavia, durò pochissimo. Nel 1965 il generale Mobutu prese il potere con un colpo di Stato, instaurando un regime autoritario destinato a durare oltre trent’anni.

Mobutu non voleva soltanto governare il Paese: voleva rifondarne completamente l’identità. Nel 1971 cambiò il nome dello Stato in Zaire, ribattezzò la capitale Léopoldville, diventata Kinshasa, e impose ai cittadini di abbandonare i nomi europei in favore di quelli africani. Lo stesso dittatore adottò il lunghissimo nome di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, traducibile come “il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo”.

Anche il calcio entrò rapidamente a far parte del progetto politico del regime.

Il calcio come strumento di propaganda

Come molti leader autoritari, Mobutu comprese immediatamente il potenziale dello sport come mezzo di consenso nazionale e di prestigio internazionale.

Per questo affidò la nazionale al tecnico jugoslavo Blagoje Vidinic, reduce dalla positiva esperienza con il Marocco ai Mondiali del 1970.

La scelta si rivelò vincente, lo Zaire nelle Qualificazioni eliminò in successione Togo, Camerun, Ghana, Zambia e Marocco, conquistando uno storico pass per la Coppa del Mondo in Germania Ovest. Per la prima volta una squadra dell’Africa subsahariana riusciva a qualificarsi a un Mondiale attraverso il normale percorso eliminatorio.

La qualificazione trasformò i calciatori in autentici eroi nazionali. Mobutu ricompensò ciascuno di loro con una casa, un’automobile e un enorme prestigio sociale.

I “Leopardi” conquistano l’Africa

La nazionale era ormai conosciuta come i “Leopardi” (sempre idea di Mobutu), simbolo caro allo stesso regime.

Fra i protagonisti spiccavano figure diventate leggendarie: Adelard Mayanga, soprannominato “Passepartout”, Uba Kembo, ribattezzato “Cittadino-gol”, e soprattutto Pierre Ndaye Mulamba, conosciuto come “L’Assassino”.

L’attaccante firmò un’impresa ancora oggi irripetuta nella Coppa d’Africa del 1974, disputata in Egitto: nove reti in un’unica edizione del torneo, record tuttora imbattuto.

Lo Zaire vinse anche quella competizione continentale e Mobutu inviò addirittura il jet presidenziale per riportare a casa i campioni. Il trionfo aveva un enorme valore propagandistico, tanto che il dittatore fu costretto a regalare automobili perfino ai generali del suo esercito, gelosi dei premi ricevuti dai calciatori.

Mulamba ottenne persino l’Ordine del Leopardo, la massima onorificenza nazionale.

Dall’Africa all’Italia: la preparazione verso il Mondiale

L’avvicinamento alla Coppa del Mondo fu tutt’altro che semplice.

Il primo ritiro venne organizzato a Lucerna, in Svizzera, dove i giocatori passarono improvvisamente dai quaranta gradi africani al freddo alpino. L’impatto fu traumatico.

Per questo motivo la squadra si trasferì successivamente a Coverciano, in Toscana, affrontando tre amichevoli contro club italiani.

Lo Zaire perse 2-1 con la Fiorentina, venne sconfitto 3-0 dalla Roma e riuscì infine a strappare un pareggio per 1-1 contro il Cesena.

L’arbitro Concetto Michelotti ricordò quella squadra come estremamente educata e quasi intimorita dal contesto europeo, ma anche caratterizzata da una straordinaria irruenza nei contrasti.

La favola che conquistò la Germania

Una volta arrivata ad Ascheberg, nei pressi di Dortmund, la nazionale africana ricevette un’accoglienza calorosissima.

La popolazione organizzò feste, bande musicali e richieste di autografi. I media tedeschi trasformarono immediatamente lo Zaire nella simpatica outsider del torneo, la squadra che tutti speravano potesse sorprendere il mondo.

Dietro quell’immagine romantica, però, si nascondeva una pressione enorme.

Mobutu non seguì personalmente la spedizione, ma inviò funzionari governativi, militari e perfino stregoni affinché controllassero ogni aspetto della permanenza in Germania.

Il messaggio era inequivocabile: il mondo stava osservando lo Zaire e nessuno avrebbe dovuto far fare brutta figura al regime.

L’esordio contro la Scozia

Il debutto arrivò il 14 giugno 1974 al Westfalenstadion di Dortmund contro la Scozia. Vidinic schierò inizialmente un 4-3-3 destinato però a trasformarsi rapidamente in un prudente 4-5-1. Gli scozzesi vinsero 2-0 grazie ai gol di Peter Lorimer e Joe Jordan.

Sul secondo gol emerse già uno dei segnali della fragilità psicologica della squadra: la difesa sbagliò completamente il fuorigioco, Jordan colpì debolmente di testa e il pallone sfuggì incredibilmente sotto il corpo del portiere Kazadi, fino a quel momento considerato uno degli estremi difensori più affidabili del continente africano.

I giocatori dello Zaire denunciarono inoltre un clima particolarmente pesante in campo, raccontando di ripetuti insulti razzisti ricevuti dagli avversari, soprattutto da Billy Bremner.

Il disastro contro la Jugoslavia

La seconda partita cambiò definitivamente il destino della spedizione. A Gelsenkirchen lo Zaire affrontò la Jugoslavia, proprio il Paese d’origine del commissario tecnico Vidinic.

Dopo appena diciassette minuti il risultato era già di 3-0.

Secondo numerose testimonianze, Mobutu telefonò immediatamente ai dirigenti pretendendo spiegazioni. Pochi istanti dopo arrivò una decisione destinata a segnare la storia del torneo.

Su pressione del rappresentante del Ministero dello Sport, Vidinic sostituì il portiere titolare Kazadi con Tubilandu, estremo difensore molto meno esperto e completamente sopraffatto dall’emozione.

Lo stesso allenatore confessò in seguito ai giornalisti di aver ricevuto quell’ordine direttamente dai funzionari governativi, promettendo che non avrebbe mai più permesso alla politica di decidere i cambi.

Il risultato fu devastante.

La Jugoslavia travolse lo Zaire 9-0, eguagliando quella che ancora oggi rimane una delle sconfitte più pesanti nella storia dei Mondiali.

Nel caos generale accadde anche un episodio surreale: un calciatore dello Zaire colpì con un calcio l’arbitro, ma il direttore di gara espulse per errore Pierre Ndaye Mulamba, che ricevette poi una lunga squalifica internazionale.

La minaccia di Mobutu

Dopo il disastro contro la Jugoslavia il clima diventò irrespirabile.

Molti giocatori volevano soltanto lasciare la Germania e tornare a casa. Non per vergogna sportiva, ma per paura delle possibili conseguenze.

Fu allora che arrivò il messaggio attribuito ai dirigenti del regime:

“Se contro il Brasile perderete con più di tre gol, non tornate.”

Da quel momento il calcio passò decisamente in secondo piano.

La celebre punizione contro il Brasile

Nell’ultima partita del girone lo Zaire affrontò il Brasile campione del mondo in carica.

Kazadi tornò tra i pali e la Seleção trovò il vantaggio con Jairzinho, raddoppiò con Rivelino e chiuse il conto grazie a una clamorosa incertezza dello stesso portiere africano, che si lasciò sfuggire sotto il corpo un innocuo tiro-cross di Valdomiro.

Sul 3-0, però, arrivò la scena destinata a diventare una delle immagini più celebri nella storia dei Mondiali.

Su una punizione dal limite per il Brasile, Ilunga Mwepu uscì improvvisamente dalla barriera prima ancora dell’esecuzione e allontanò violentemente il pallone.

Per anni quel gesto venne interpretato come la dimostrazione dell’ingenuità tattica del calcio africano. Molto tempo dopo fu proprio Mwepu a raccontarne il vero significato.

Non si trattò di ignoranza del regolamento, ma di un disperato tentativo di perdere tempo, innervosire Rivelino e impedire che il Brasile segnasse il quarto gol. Mwepu sapeva delle minacce provenienti dal regime e sentiva inoltre il peso di essere rimasto in campo dopo l’errore arbitrale che aveva invece portato all’espulsione di Mulamba.

Quel gesto era dettato dal panico.

Il Brasile vinse 3-0. Lo Zaire aveva evitato il quarto gol e, probabilmente, conseguenze ancora peggiori.

L’oblio degli eroi

Contrariamente a quanto molti immaginarono, al ritorno in patria Mobutu non punì fisicamente la squadra. La punizione fu diversa ma altrettanto pesante.

Il dittatore decise semplicemente di abbandonare il calcio, interrompendo gli investimenti nella nazionale e concentrando le risorse su un altro grande evento destinato a entrare nella storia: la celebre Rumble in the Jungle, l’incontro mondiale di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman. Per i protagonisti del Mondiale iniziò un lento declino.

Kazadi morì in povertà nel 1996. Pierre Ndaye Mulamba fu costretto a fuggire dal Paese dopo un’aggressione armata. Rifugiatosi in Sudafrica, lavorò come parcheggiatore prima di diventare allenatore dei giovani, venendo infine riscoperto e celebrato durante i Mondiali del 2010.

Mafu Kibonge scelse invece la politica e si batté per ottenere un sostegno economico agli ex compagni di nazionale. Dal 2011 gli ex “Leopardi” del periodo 1968-1974 e le famiglie dei giocatori scomparsi ricevono infatti un contributo mensile.

Ilunga Mwepu rimase nel mondo del calcio come tecnico delle giovanili e assistente della nazionale congolese, fino alla sua morte nel 2015.

Anche Mobutu avrebbe visto crollare il proprio impero. Nel 1997 fu costretto alla fuga e morì pochi mesi dopo in esilio, lasciando il Paese in una situazione drammatica. Nacque la Repubblica Democratica del Congo, denominazione con la quale il paese si è oggi presentato ai nastri di partenza del suo secondo Mondiale di calcio, quello del 2026.

L’ultima fotografia di un sogno

Forse l’immagine più malinconica di tutta questa storia arriva nel 2010. Una troupe cinematografica rintracciò Ekofa Mbungu, uno dei protagonisti del Mondiale del 1974. Faceva il tassista.

E guidava ancora la Volkswagen verde che Mobutu gli aveva regalato trentasei anni prima come premio per la qualificazione mondiale.

Quell’automobile era l’ultimo frammento concreto rimasto del sogno dello Zaire: il primo grande sogno mondiale del calcio dell’Africa subsahariana, trasformato dalla storia in una tragedia sportiva e umana che, ancora oggi, continua a ricordare quanto il calcio possa essere molto più di una semplice partita. Anche se a testimoniarlo resta solo… un’auto.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Come fa l’Egitto a giocare i Mondiali con Zico e Trezeguet

Perché i protagonisti dell’Egitto (vittorioso per la prima volta in Coppa del Mondo nell’ultimo match contro la Nuova Zelanda) si chiamano Zico (anzi Ziko) e Trezeguet? La curiosa tradizione dei soprannomi nel calcio egiziano

La storica vittoria dell’Egitto per 3-1 sulla Nuova Zelanda ai Mondiali 2026 non ha regalato soltanto il primo successo dei Faraoni nella fase finale di una Coppa del Mondo. Ha anche riportato all’attenzione degli appassionati una delle tradizioni più curiose del calcio egiziano: quella dei soprannomi ispirati alle grandi stelle del calcio mondiale.

Nel tabellino della sfida sono infatti comparsi i nomi di Mohamed Salah, Mostafa Ziko e Trezeguet. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, gli altri due hanno inevitabilmente attirato l’attenzione dei tifosi. Possibile che ai Mondiali del 2026 segnino ancora Zico e David Trezeguet? La risposta è ovviamente no, ma la spiegazione è affascinante e racconta molto della cultura calcistica egiziana.

Trezeguet che non è Trezeguet

Il Trezeguet della nazionale egiziana si chiama in realtà Mahmoud Hassan. L’esterno offensivo, tra i giocatori più esperti della selezione africana, ricevette questo soprannome quando militava nelle giovanili dell’Al Ahly.

A coniarlo fu il tecnico Badr Ragab, che vide nel giovane calciatore alcune caratteristiche che gli ricordavano l’ex centravanti francese: una certa somiglianza fisica, i movimenti offensivi, il gioco aereo e la capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Quello che inizialmente era un semplice paragone è diventato col tempo il suo vero nome calcistico.

Oggi moltissimi tifosi lo conoscono esclusivamente come Trezeguet, tanto che il soprannome è ormai utilizzato anche nelle competizioni internazionali e nei documenti ufficiali del mondo del calcio.

Ziko, il soprannome diventato identità

Anche Mostafa Ziko non si chiama realmente così. Il suo nome completo è Mostafa Mohamed Zaki Abdelraouf, ma la sua storia è diversa da quella di Trezeguet.

L’origine del soprannome nasce infatti in famiglia. Il fratello maggiore era già conosciuto come “Zico”, sia per l’assonanza con il cognome Zaki sia per l’ammirazione verso la leggenda brasiliana. Quando Mostafa ha iniziato a giocare a calcio, allenatori e compagni hanno iniziato a chiamarlo “piccolo Zico”. Con il passare degli anni, il soprannome si è trasformato in “Ziko” ed è rimasto con lui fino alla nazionale maggiore.

Così, nel Mondiale 2026, il nome di una leggenda del calcio brasiliano è tornato a comparire tra i marcatori, anche se in una versione tutta egiziana.

E non è finita: c’è anche Dunga

La tradizione dei soprannomi celebri è molto diffusa in Egitto. Nella stessa nazionale è presente anche Nabil Emad, conosciuto da tutti come Dunga.

Il riferimento è all’ex capitano del Brasile campione del mondo nel 1994. Il soprannome nacque agli inizi della sua carriera, quando qualcuno notò la somiglianza nelle caratteristiche tecniche: centrocampista difensivo, disciplinato tatticamente, generoso e più orientato al lavoro sporco che alle giocate spettacolari.

Ma gli esempi non finiscono qui. Nel calcio egiziano si trovano anche giocatori come Karim Walid, soprannominato “Nedved”, oppure Ahmed Ramadan, noto come “Beckham”. Nomi che testimoniano quanto questa usanza sia radicata nel movimento calcistico del Paese.

Una tradizione che aiuta a distinguersi

Dietro questa abitudine c’è anche una ragione pratica. In Egitto nomi come Mohamed, Ahmed, Mahmoud o Mostafa sono estremamente diffusi e il soprannome diventa un modo immediato per distinguersi all’interno delle squadre e tra i tifosi.

Nel mondo arabo il soprannome, o laqab, ha spesso un valore identitario molto forte. Può nascere da una somiglianza fisica, da una caratteristica tecnica, da un episodio curioso o dall’ammirazione per un campione internazionale. Alcuni restano confinati allo spogliatoio, altri finiscono per accompagnare il giocatore per tutta la carriera, comparendo persino sulle maglie e nei tabellini ufficiali.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Che fine ha fatto “Lumumba”? Il tifoso-simbolo congolese bloccato dalla quarantena

Il ritorno della Repubblica Democratica del Congo ai Mondiali, atteso da ben 52 anni, è stato accompagnato da una nota amara che va oltre il risultato ottenuto sul campo. Nel match d’esordio contro il Portogallo, disputato il 17 giugno a Houston e concluso con un prestigioso pareggio contro la nazionale guidata da Cristiano Ronaldo, i Leopardi hanno dovuto fare a meno del loro sostenitore più celebre: Michel Kuka Mboladinga, conosciuto da tutti come “Lumumba”.

L’iconico tifoso congolese, diventato famoso in tutto il mondo per la sua caratteristica posa immobile ispirata a Patrice Lumumba, storico leader dell’indipendenza del Congo, non ha potuto raggiungere gli Stati Uniti a causa delle severe restrizioni sanitarie introdotte dalle autorità americane per contenere i rischi legati all’epidemia di Ebola che sta colpendo il Paese africano.

La conferma è arrivata direttamente dal ministro dello Sport Didier Budimbu, che ha spiegato come il celebre animatore della nazionale sia stato fermato dalle procedure di biosicurezza previste per tutti i cittadini provenienti dalle aree interessate dal contagio. Una situazione che ha privato la squadra non soltanto di un simbolo nazionale, ma anche di una figura considerata fondamentale sotto il profilo emotivo e motivazionale.

L’emergenza sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è stata ufficialmente dichiarata il 15 maggio scorso. Da quel momento, gli Stati Uniti hanno applicato rigidi protocolli di controllo per chiunque provenisse dalle zone colpite. Nel tentativo di consentire la partecipazione dei principali animatori della nazionale ai Mondiali, il governo di Kinshasa ha organizzato una speciale bolla sanitaria a Bruxelles, dove sei figure simbolo del tifo congolese, tra cui Lumumba, Evoloko, Ndundu e Yolela, sono state trasferite in attesa del completamento delle procedure richieste per l’ottenimento dei visti.

Tuttavia, il protocollo internazionale impone un periodo obbligatorio di osservazione della durata di 21 giorni, necessario per escludere eventuali rischi di incubazione del virus. Una scadenza che non poteva essere rispettata in tempo per la sfida contro il Portogallo. Secondo quanto dichiarato dal ministro Budimbu, il periodo di isolamento terminerà soltanto nei giorni successivi all’esordio mondiale della nazionale, rendendo inevitabile l’assenza del tifoso sugli spalti di Houston.

Le difficoltà non hanno riguardato soltanto i sostenitori. Anche la selezione congolese ha dovuto affrontare una preparazione complessa, condizionata dalle verifiche sanitarie e dalle procedure di ingresso negli Stati Uniti, ottenendo l’autorizzazione definitiva soltanto l’11 giugno, a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Eppure Michel Kuka Mboladinga non sembra intenzionato a lasciarsi scoraggiare. Considerato un vero e proprio ambasciatore culturale della Repubblica Democratica del Congo, sostenuto economicamente dalle istituzioni e protagonista dei celebri “Blocs Leopards” che organizzano il tifo della nazionale, continua ad allenarsi quotidianamente per mantenere la sua caratteristica postura. Una preparazione quasi atletica che gli consente di esibirsi per lunghi periodi nella celebre posizione con il braccio proteso verso il futuro, diventata ormai un simbolo riconosciuto in tutto il continente africano.

Le autorità congolesi, inoltre, guardano con ottimismo ai prossimi impegni della squadra. Se il debutto mondiale si è svolto senza il sostegno del tifoso più famoso del Paese, la sua presenza è attesa per la seconda gara del girone, in programma il 24 giugno a Guadalajara contro la Colombia. Una partita che potrebbe rivelarsi decisiva nella corsa a una storica qualificazione agli ottavi di finale.

L’assenza di Lumumba ha assunto nel frattempo un significato che va oltre il semplice contesto sportivo. La vicenda evidenzia infatti il delicato equilibrio tra le esigenze della sicurezza sanitaria internazionale e il valore culturale che il calcio continua ad avere per molte nazioni. Per la Repubblica Democratica del Congo, tornata sulla scena mondiale per la prima volta dal 1974 (quando partecipò come Zaire), il tifo organizzato rappresenta una componente essenziale dell’identità nazionale e della propria rappresentazione internazionale.

Nonostante tutte le difficoltà logistiche e sanitarie, la nazionale congolese è riuscita comunque a conquistare un risultato di grande valore contro il Portogallo. Ora l’intero Paese attende il ritorno del suo tifoso simbolo, nella speranza che il carisma e l’entusiasmo di Michel “Lumumba” possano accompagnare i Leopardi nella sfida decisiva contro la Colombia e contribuire a scrivere una nuova pagina della storia calcistica congolese.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Vozinha: i miei primi 40 anni

Il quarantenne estremo difensore di Capo Verde è diventato un idolo in patria.. e in Brasile dopo la performance che ha fermato i campioni d’Europa della Spagna. Una storia partita da una minuscola isola e un nome che intreccia l’affetto per la nonna e… un campione dimenticato della Selecao.

Quando l’arbitro ha fischiato la fine di Spagna-Capo Verde, uno degli 0-0 più sorprendenti dell’inizio del Mondiale 2026, il nome che tutti stavano pronunciando era uno solo: Vozinha. A quarant’anni compiuti, il portiere capoverdiano è stato il grande protagonista dello storico pareggio ottenuto dalla sua nazionale all’esordio assoluto in una Coppa del Mondo, contro una delle squadre più forti del pianeta, campione d’Europa in carica e seconda nel ranking FIFA.

Le sue parate hanno frustrato gli attaccanti spagnoli per tutta la partita, trasformando quella che sembrava una missione impossibile in una serata destinata a entrare nella storia dello sport capoverdiano. Non a caso la FIFA lo ha premiato come migliore giocatore dell’incontro.

Ma il successo di Vozinha non si è fermato al campo. Nel giro di poche ore il portiere è diventato un fenomeno virale sui social network. Migliaia di tifosi, soprattutto brasiliani, hanno invaso il suo profilo Instagram con messaggi di ammirazione. “Muralha”, “Paredão di Capo Verde”, “Il Brasile è con te” e persino ironici appelli come “Quanto vorresti per blindare la porta del Brasile?” hanno accompagnato una crescita vertiginosa del numero dei suoi follower, passati da circa 50.000 a oltre due milioni.

Intervistato dopo la partita, Vozinha non ha nascosto la sua emozione per l’affetto ricevuto dal pubblico brasiliano, che ha sempre seguito con attenzione le vicende di Capo Verde per affinità linguistiche e culturali.

È pazzesco. I brasiliani ci hanno sempre dimostrato tanto affetto e lo abbiamo percepito anche durante le qualificazioni. Ora siamo sul palcoscenico più grande del mondo e sentiamo ancora questo sostegno. Possiamo solo ringraziare”, ha dichiarato Vozinha nel post-partita.

Un nome che arriva dal Brasile

Dietro il fenomeno social c’è una storia che lega profondamente Vozinha al Brasile. Il suo vero nome è Josimar José Évora Dias, scelto dal padre in omaggio a Josimar, il celebre terzino della Seleção protagonista ai Mondiali del 1986.

In realtà il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, come l’attaccante argentino campione del mondo nel 1986, ma le autorità capoverdiane non approvarono il nome. La soluzione fu appunto Josimar, anche grazie alla passione familiare per il calcio brasiliano.

Le influenze brasiliane, però, non si fermano qui. La famiglia di Vozinha ha sempre avuto un forte legame culturale con il Paese sudamericano. La nonna seguiva abitualmente le telenovelas brasiliane, mentre in casa si ascoltavano artisti come Ivete Sangalo, Seu Jorge, Cidade Negra e il gruppo Revelação. Inoltre il portiere ha parenti che vivono a Recife e ha sempre guardato con ammirazione ai campioni brasiliani.

Tra i suoi idoli figurano Ronaldo, Ronaldinho e soprattutto Rogério Ceni, il portiere-goleador che segnava su punizione e calcio di rigore.

Da bambino irascibile a leggenda nazionale

Anche il soprannome che oggi lo rende famoso ha un’origine curiosa. Cresciuto sull’isola di São Vicente dai nonni, Josimar era un bambino estremamente competitivo e detestava perdere. Quando subiva un gol durante le partite con i ragazzi più grandi, tornava a casa arrabbiato e gli amici lo prendevano in giro dicendo che sarebbe andato a lamentarsi dalla nonna.

Da quelle prese in giro nacque il soprannome “Vozinha”, che in portoghese richiama proprio la figura della nonna. Un nomignolo che inizialmente detestava, ma che col passare degli anni è diventato la sua identità calcistica.

Quando si trasferì in Angola per proseguire la carriera, trovò un altro portiere di nome Josimar nella stessa squadra. Fu allora che decise definitivamente di adottare Vozinha anche sulla maglia.

Una carriera costruita contro ogni probabilità

La storia di Vozinha è anche quella di un ragazzo cresciuto su una piccola isola africana che ha inseguito un sogno apparentemente impossibile. Dopo gli inizi nei club di Capo Verde, nel 2012 si trasferì in Angola al Progresso Sambizanga. Il suo debutto avvenne contro una leggenda assoluta del calcio mondiale: Rivaldo, che all’epoca giocava nel Kabuscorp.

Successivamente arrivarono le esperienze europee con Zimbru in Moldavia, Gil Vicente e Chaves in Portogallo, AEL Limassol a Cipro e Trenčín in Slovacchia. Un lungo viaggio che lo ha portato a diventare uno dei simboli del calcio capoverdiano.

Con la Nazionale ha collezionato 90 presenze, risultando il secondo giocatore più presente nella storia del Paese. Ha partecipato a quattro edizioni della Coppa d’Africa e ha contribuito in maniera decisiva alla storica qualificazione al Mondiale 2026, ottenuta vincendo il girone davanti al Camerun.

Il sogno di una vita

L’esordio mondiale a quarant’anni rappresenta il coronamento di un’intera carriera. Per questo, dopo il pareggio contro la Spagna, le parole di Vozinha sono sembrate quelle di un uomo che ha finalmente realizzato il sogno inseguito fin dall’infanzia.

Ho sognato questo momento per tutta la vita. Sapevo che non sarebbe stato facile. Abbiamo affrontato una delle migliori nazionali del mondo e siamo riusciti a ottenere un pareggio. Siamo molto soddisfatti”.

A quarant’anni, mentre molti calciatori hanno già appeso i guanti al chiodo, Vozinha si è preso il palcoscenico più importante del calcio mondiale. E grazie a una notte perfetta contro la Spagna è diventato non solo l’eroe di Capo Verde, ma anche il nuovo beniamino di milioni di tifosi brasiliani.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Connor Metcalfe: il “divo anti-rock” che ha conquistato il St. Pauli e il Mondiale

Il gol segnato alla Turchia non ha solo blindato la prima vittoria a sorpresa dell’Australia al Mondiale 2026. Ha messo in evidenza un anti-divo con una personalità capace anche di rompere alcuni cliché che la militanza nel St. Pauli porta con sé.

C’è un tipo di calciatore che non si lascia incasellare facilmente: poco glamour fuori dal campo, essenziale nei gesti, ma sempre più centrale quando la partita conta davvero. È il caso di Connor Metcalfe, diventato uno dei volti simbolo della nuova generazione dei Socceroos e protagonista anche sulla scena mondiale.

L’ultimo segnale della sua crescita è arrivato nel debutto mondiale dell’Australia contro la Turchia a Vancouver: un 2-0 firmato anche da lui, con il gol che ha chiuso la partita e certificato la sua definitiva trasformazione da promessa a certezza internazionale.

Da giovane esordiente a uomo chiave dei Socceroos

Il percorso di Metcalfe con la nazionale non è recente. Come racconta la sua storia, l’avventura internazionale è iniziata nel 2021 contro Taipei, ma è nel ciclo verso il Mondiale 2026 che il suo ruolo è cambiato radicalmente.

Nel tempo è passato dall’essere uno dei tanti esordienti lanciati da Graham Arnold a diventare una presenza stabile e matura nel gruppo. Oggi, dopo oltre 30 presenze, è considerato uno degli elementi più affidabili della squadra di Tony Popovic, tecnico che ne ha accelerato l’ascesa soprattutto dopo il rientro da un infortunio.

Proprio sotto la gestione Popovic, Metcalfe ha vissuto uno dei momenti chiave della sua carriera: la titolarità nelle gare decisive di qualificazione contro Giappone e Arabia Saudita, fino al gol pesantissimo che ha contribuito alla rimonta decisiva per il pass mondiale.

È un ragazzo davvero robusto e ha gestito la pressione molto bene”, ha spiegato Popovic, sottolineando la capacità del centrocampista di reggere il salto di livello.

Il salto europeo e la maturazione al St. Pauli

Se con la nazionale è diventato un punto fermo, il salto decisivo è arrivato anche a livello di club. Dopo gli inizi al Melbourne City, Metcalfe ha compiuto il passo più importante della sua carriera trasferendosi in Germania, al “kult-club” di Amburgo, il St. Pauli.

Qui ha trovato un ambiente unico: una squadra simbolo di identità forte, tifoseria politica e cultura alternativa, dove il calcio è molto più di un semplice sport. Un contesto ideale per crescere, ma anche una sfida continua.

Il suo inserimento non è stato immediato: inizialmente utilizzato spesso dalla panchina, ha dovuto guadagnarsi ogni minuto. Ma proprio questa condizione ha costruito la sua mentalità.

Metcalfe lo ha raccontato chiaramente: per un giocatore australiano che arriva in Europa, il rispetto non è mai automatico. “Ogni giorno era una lotta”, ha spiegato, sottolineando come la sua crescita sia passata dalla necessità di “dimostrare tutto, sempre”.

Il calcio per raggiungere la maturità

Il percorso in Germania ha trasformato non solo il calciatore, ma anche la persona. Accanto al compagno di nazionale Jackson Irvine, Metcalfe ha sviluppato una maggiore sicurezza, passando da giovane riservato a figura più consapevole e ironica.

Nel suo percorso europeo c’è anche la firma di un cambio di mentalità: meno ingenuità, più disciplina, più consapevolezza del livello richiesto in Bundesliga.

Il suo allenatore in nazionale Tony Popovic ha spesso sottolineato come il centrocampista abbia saputo reggere situazioni di pressione estrema, diventando un giocatore “testato sul campo”, non solo sulla carta.

Il “divo anti-rock” di Amburgo

Eppure, nonostante viva nel mondo del St. Pauli — tra estetica punk, tifosi militanti e atmosfera da culto urbano — Metcalfe non si è mai davvero riconosciuto in quell’immaginario.

Lo ammette lui stesso con ironia: niente pose da antagonista, niente costruzione di un personaggio. Piuttosto un profilo semplice, quasi ordinario fuori dal campo, lontano anni luce dall’estetica ribelle del club.

Ed è proprio questa discrepanza a renderlo interessante: in una squadra simbolo di anticonformismo, lui resta un “anti-rocker” che però ha imparato a convivere perfettamente con l’energia del Millerntor, il catino dove il St. Pauli gioca le sue partite.

Dal Millerntor al Mondiale

Questa doppia dimensione — Bundesliga e nazionale — ha costruito il Metcalfe che oggi si presenta al Mondiale 2026: un giocatore completo, affidabile, capace di incidere anche nei momenti decisivi, come dimostrato dal gol contro la Turchia a Vancouver. E Tony Popovic ha parlato non a caso di gestione dalla pressione: le gambe e la testa di Metcalfe sono state solide anche dopo la grande delusione patita in gquesta stagione, la retrocessione del St. Pauli in seconda divisione che non ha intaccato il senso di appartenenza dei tifosi e che ha probabilmente forgiato anche i calciatori a non arrendersi neppure di fronte all’evidenza di una sconfitta.

Un percorso che racconta meno l’ascesa di una star e più la costruzione silenziosa di un professionista moderno: resistente, adattabile, concreto.

E forse è proprio questo il suo tratto distintivo: non essere il più appariscente, ma quello su cui puoi contare quando la partita smette di essere teoria e diventa realtà. L’astrazione dell’immaginario punk è affascinante, ma il calcio, direbbe Metcalfe, si gioca 90 minuti alla volta, superando un ostacolo per volta. E così è andata contro la Turchia.